Secondo un’indagine realizzata da Telefono Azzurro, in collaborazione con Ipsos Doxa, il 35% dei ragazzi tra i 12 e i 18 anni dichiara di utilizzare strumenti di Intelligenza Artificiale (IA), come i chatbot, tra le attività online svolte più frequentemente. Il chatbot più usato risulta ChatGPT, seguito da Gemini, Meta AI e Microsoft Copilot.
Il 14% degli adolescenti dichiara di rivolgersi spesso a questi strumenti per ricevere consigli personali, mentre il 34% lo ha fatto almeno qualche volta. Il livello medio di fiducia attribuito ai chatbot è pari a 6,6 su 10, con il 58% che assegna un punteggio superiore a 7, indicando un rapporto di fiducia elevato.
I ragazzi attribuiscono ai chatbot un certo grado di antropomorfismo: il livello medio è 3,2 su 5. Tra i vantaggi emerge soprattutto il sentirsi non giudicati o meno soli. I dati vanno letti nel contesto più ampio del disagio psichico giovanile.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), circa un adolescente su sette tra i 10 e i 19 anni sperimenta un disagio mentale spesso non riconosciuto né trattato, mentre uno su cinque dichiara di sentirsi solo, con percentuali più elevate tra le ragazze. In questo scenario, il chatbot sembra intercettare un bisogno di ascolto immediato, accessibile e percepito come privo di giudizio, inserendosi negli spazi lasciati scoperti da famiglia, scuola e servizi.
L’esperienza viene vissuta per lo più positivamente: solo il 9% riferisce un’interazione insoddisfacente. Tuttavia, la maggioranza degli adolescenti riconosce possibili effetti collaterali: il 40% segnala una riduzione del pensiero critico, il 35% una diminuzione delle relazioni sociali reali e il 33% il rischio di confondere realtà e finzione. Seguono il pericolo di dipendenza, la diffusione di informazioni errate e i rischi per la privacy.
Solo il 10% ritiene che non vi siano effetti negativi, a conferma di una consapevolezza diffusa, ma non sempre accompagnata da strumenti di gestione adeguati. Dinamiche simili sono ormai diffuse anche nel mondo adulto, soprattutto in contesti di solitudine, stress emotivo o difficoltà a intercettare risposte tempestive nel sistema sanitario e sociale.
L’attrattiva di questi strumenti non risiede tanto nella loro “intelligenza”, quanto nella disponibilità immediata, nell’assenza di giudizio e nella possibilità di esprimere pensieri senza esporsi. In questa prospettiva, l’IA appare come un sensore di bisogni non intercettati: ascolto, orientamento, rassicurazione. Quando il chatbot diventa un interlocutore, il problema non è lo strumento in sé, ma l’assenza di una rete attorno all’utilizzatore. L’overuse dell’intelligenza artificiale diventa quindi un segnale di un vuoto relazionale e di minori capacità di presa in carico.
Un vuoto che riguarda salute mentale, scuola, famiglia, lavoro e, più in generale, la capacità delle istituzioni di offrire spazi di ascolto credibili e tempestivi.
