Secondo un’indagine Telefono Azzurro–IPSOS Doxa, il 35% dei ragazzi tra 12 e 18 anni utilizza strumenti di intelligenza artificiale tra le attività online più frequenti. L’impiego principale riguarda studio e ricerca, ma una quota non marginale di adolescenti li utilizza anche per bisogni personali: il 14% si rivolge spesso ai chatbot per ricevere consigli personalizzati, mentre il 34% lo ha fatto almeno qualche volta.
Tra gli esiti soggettivi dell’interazione, il 16% riferisce di essersi sentito “meno solo” dopo l’uso dei chatbot e il 23% di essersi sentito “non giudicato”. In termini di diffusione dei sistemi, ChatGPT risulta il più usato (83%), seguito da Gemini (36%), Meta AI (27%) e Microsoft Copilot (7%).
Il livello medio di fiducia attribuito ai chatbot è pari a 6,6 su 10; il 58% assegna un punteggio superiore a 7. Sul piano delle criticità percepite, il 40% segnala una possibile riduzione del pensiero critico, il 35% una diminuzione delle relazioni sociali reali, il 33% il rischio di confondere realtà e finzione, il 25% la possibilità di sviluppare dipendenza e il 19% rischi per la privacy.
Il tema si inserisce in un quadro già complesso relativo alla salute mentale in età evolutiva. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), circa un adolescente su sette tra 10 e 19 anni sperimenta un disagio psichico. Dati dell’Istituto Superiore di Sanità indicano inoltre che una quota significativa di ragazzi tra 11 e 15 anni presenta un uso problematico dei social media, mentre circa il 12% è a rischio di dipendenza da videogiochi.
La Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA) sottolinea: “La sicurezza digitale dei più giovani è una sfida clinica, educativa e sociale concreta. L’esperienza digitale interagisce con i processi di sviluppo neuropsicologico, emotivo e relazionale dei minori. Servono politiche e interventi basati su evidenze scientifiche, che integrino prospettiva clinica, educativa e regolatoria. Tra le raccomandazioni: promuovere alfabetizzazione digitale profonda, formare genitori e insegnanti, sostenere ricerche longitudinali indipendenti sugli effetti dell’esposizione prolungata alle piattaforme digitali, garantire una governance strutturata delle piattaforme e un coinvolgimento attivo di famiglie, scuola, professionisti sanitari e istituzioni”.
