Cacciati di casa, la vita difficile di alcuni adolescenti dopo il coming out

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Ripudiati dai familiari dopo essersi dichiarati omosessuali o trans. Per questi giovani disperati, le Case di accoglienza Lgbtqi+ in Italia sono l’unica salvezza. Sebbene nelle Case di accoglienza Lgbtqi+ vengano ospitate anche persone trans vittime di tratta, rifugiati da luoghi di guerre o da Paesi dove l’omosessualità è un reato punito con la pena di morte, la maggioranza degli ospiti sono figli rifiutati dalla famiglia per un orientamento sessuale o un’identità di genere diversi da quello che un genitore vorrebbe. C’è il finanziamento dell’UNAR per queste strutture. La mappatura delle Case in Italia si deve a un progetto realizzato da Gaynet e finanziato dall’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar) istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. La mappa descrive 43 strutture (Case di accoglienza e Centri antidiscriminazioni), per 75 posti letto in tutto, pochi per le richieste di ospitalità (almeno 10 volte maggiori) e a distribuzione non omogenea: solamente 10 posti letto si trovano a sud di Roma, nessuno più a sud di Napoli. La prima Casa di accoglienza Lgbtqi+ ad aprire in Italia nel 2016 è stata Refuge, a Roma, per ragazze e ragazzi tra 18 e 26 anni. Nelle Case di accoglienza i ragazzi non ricevono solo dimora e cibo, ma vengono supportati a livello psicologico e legale, seguiti negli studi o nella formazione lavorativa, coinvolti in attività per avviarli all’autonomia futura. Viene svolta una mediazione familiare, laddove sia possibile ricucire il tessuto degli affetti. Il dramma da cui nasce il rifiuto familiare è la radicata omotransbifobia nel tessuto sociale. Dal 2007 in Italia esiste Gay Help Line, una linea nazionale contro l’omolesbobitransfobia. Sono 21 mila i contatti annuali. Un valido strumento di prevenzione dell’omotransbifobia sarebbe l’educazione affettiva e sentimentale a scuola. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha presentato il programma “Educare alle relazioni”, un ciclo di 30 ore da tenersi nel doposcuola su base facoltativa, ma purtroppo questo progetto continua a suscitare polemiche. In Svezia l’educazione sessuale a scuola divenne obbligatoria nel 1955. L’esempio venne seguito dalla Germania nel 1968, da Danimarca, Finlandia e Austria nel 1970, dalla Francia nel 1998. Anche in Irlanda è obbligatoria dal 2003. In Europa, ad oggi, l’educazione sessuale a scuola non è obbligatoria solo in sette Paesi: Bulgaria, Cipro, Italia, Lituania, Polonia, Romania, Ungheria. Sono tuttavia molti gli organismi internazionali, dall’Organizzazione mondiale della Sanità all’Unesco, che da anni sottolineano l’importanza di un approccio precoce all’educazione sessuale, fin dall’infanzia, con temi legati alle varie fasce di età.

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