L’Italia è tra i Paesi europei con il tasso di criminalità minorile più basso, ma negli ultimi anni aumenta comunque il numero di minorenni responsabili di reati come rapina, lesioni personali e rissa. È quanto emerge dal rapporto “(Dis)armati – Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà”, realizzato dal Polo Ricerca di Save The Children Italia con il sostegno di Fondazione Iris Ceramica Group ETS.
L’indagine riporta dati allarmanti: in dieci anni più che raddoppiati i 14-17enni denunciati o arrestati per rapina (3.968 casi nel 2024), lesioni personali (4.653), rissa (1.021) e minaccia (1.880). Segnalati 1.946 minorenni per porto abusivo di armi, rispetto ai 778 nel 2019. Nei primi sei mesi del 2025, denunciati o arrestati per associazione mafiosa 46 minori.
Il Rapporto “(Dis)armati”, condotto in città come Roma, Milano, Napoli, Bari e Terni, mette in luce una contraddizione evidente: mentre cresce la presenza di armi tra i ragazzi, molti adolescenti appaiono sempre più “disarmati” dal punto di vista emotivo e relazionale. Ragazzi e ragazze, spaventati da un mondo esterno percepito come pericoloso e imprevedibile—segnato da conflitti e violenze in ambito familiare e sociale—riferiscono casi di autolesionismo e tentati suicidi, oltre a uso di sostanze e dipendenze.
A preoccupare è anche la normalizzazione dell’utilizzo del coltello che, a prescindere dalle motivazioni, espone i ragazzi a un maggiore rischio di escalation della violenza. Molti adolescenti riferiscono che girare armati può farli sentire più protetti o rispettati, ma questa dinamica rischia di alimentare quello che il Rapporto definisce un “cortocircuito della paura”: la paura genera l’esigenza di difendersi, aumentando al contempo il rischio di fare o farsi male.
Il Rapporto evidenzia inoltre il rischio di coinvolgimento nella criminalità organizzata, che cresce in relazione a povertà educativa e mancanza di opportunità: nei vuoti di prospettive, l’illegalità può apparire ai ragazzi più fragili come una forma di appartenenza, protezione o riconoscimento. Cambiano anche le dinamiche dei gruppi giovanili: non sempre si tratta di gruppi strutturati o delle cosiddette “baby gang”, ma spesso di aggregazioni temporanee e fluide, che si formano e si organizzano attraverso i social media.
Le piattaforme digitali possono diventare strumenti per: convocare incontri o scontri, costruire alleanze o rivalità tra gruppi, filmare e diffondere episodi di violenza, intrecciare relazioni con mercati illegali e ambienti di radicalizzazione. Infine, emerge che la violenza coinvolge ragazzi provenienti da famiglie e contesti socialmente integrati, senza una netta distinzione tra ricchi e poveri, e tra italiani—anche di seconda generazione—e stranieri.
