Il caso della Palestina e Gaza mostra, attraverso commenti, like, condivisioni, contraddittori pubblici, l’esistenza, da parte di una fetta della comunità, di livelli elevati di deumanizzazione e di quello che in lingua anglosassone viene definito il fenomeno del “moral disengagement” (disimpegno morale).
Per tanti, la sofferenza vista in tv e sul web viene normalizzata, ignorata, derisa, e la violenza minimizzata e giustificata. In tanti, commentano con livore, riducendo gli esseri umani a stereotipi senz’anima, alla stregua di personaggi di videogiochi da eliminare con un click, senza rimpianti.
La polarizzazione delle posizioni porta a confronti verbali aspri e appassionati sulle vite umane con il tono e la logica di una tifoseria calcistica. Ne deriva un sistematico azzeramento dell’empatia: irruenza verbale, cinismo, slogan ideologici, schieramenti impermeabili ai sentimenti, discorsi depurati da ogni umanità diventano il carnevale amaro dell’odio di cui è capace l’uomo moderno.
Il massacro è stato uno specchio: non solo del male estremo cui può giungere nella sua pervicacia la mano umana, ma anche del male che fa il pollice che scorre oltre il lutto e il sangue, che passa avanti con noncuranza al contenuto successivo di fronte allo strazio, che ha dimenticato la compassione a favore di freddi ragionamenti.
