In questa intervista il sociologo Maurizio Fiasco, presidente di ALEA – Associazione per lo studio del gioco d’azzardo e dei comportamenti a rischio, fa il punto sulla ludopatia (o meglio azzardopatia) in Italia. Il fenomeno è in crescita e a pagarne le conseguenze sono sempre i più fragili: «C’è una profonda contraddizione nell’operato dello Stato italiano: da un lato, combatte le dipendenze, dall’altro, trae introiti fiscali proprio dalle dipendenze (gioco d’azzardo, alcol, tabacco, cibi ipercalorici). Lo Stato, per mantenere il gettito fiscale, deve diffondere e cronicizzare la dipendenza tra i cittadini. I giocatori “problematici” o patologici, pur essendo una minoranza, sono quelli che perdono somme ingenti. Il “moral jeopardy” si riferisce alla pratica dell’industria dell’azzardo, come altre economie che danneggiano la salute, di finanziare la ricerca o “buone cause”, inclusi centri di cura per le dipendenze che esse stesse contribuiscono a creare: cosiddetto “marketing reputazionale”. Anche lo sport, di per sé è portatore di valori, con il sistema delle scommesse perde il suo senso morale. Ha fatto molto clamore il caso del centrocampista italiano Nicolò Fagioli, 24 anni, affetto da ludopatia che lo ha portato a scommettere in modo compulsivo, pagando i suoi errori con una squalifica. A volte anche le campagne di sensibilizzazione servono poco. L’unica norma davvero efficace era il divieto di pubblicità, ma ora la si aggira. Negli ultimi quindici anni, la partecipazione minorile al gioco d’azzardo è cresciuta. Colpa del marketing e di un contesto culturale che esalta il colpo di fortuna più dell’impegno. Per combattere il fenomeno dell’azzardo di massa, occorre un cambiamento strutturale serio».
