La Gen Z ha l’ossessione di fuggire dal “cringe”, termine usato in modo ironico o dispregiativo per indicare un insieme di idee, frasi motivazionali o riflessioni pseudo-filosofiche che vogliono sembrare profonde ma in realtà risultano imbarazzanti, superficiali o melodrammatiche.
Quindi rifiuta tutto ciò che possa sembrare ridicolo, patetico, imbarazzante.
Questa cultura del terrore del cringe crea tra i giovani solitudine e immobilismo, pur di evitare a tutti i costi il rischio di risultare imbarazzanti o provocare repulsione, vergogna.
Per loro imbarazzante significa “fallire”, sbagliare, non riuscire, essere sconfitto e umiliato.
Questo imbarazzo che da sempre esiste si è accentuato con l’avvento di internet e dei social media ed è ora definito “cringe”.
La Gen Z (e ancora di più la Gen Alpha) tende a nascondersi, per evitare il rischio di pubblicare contenuti cringe o inappropriati, un fenomeno che il New Yorker ha definito “social media ennui”, “lo schifo dei social”.
Le maglie di accettazione dei social, tribunali che determinano ciò che è appropriato o più semplicemente cool, sono sempre più fitte: sempre meno contenuti superano la selezione e il risultato è che le nuove generazioni hanno paura di esporsi, di rischiare di essere ridicole e di venire giudicate.
Questa paura che sui social prende la forma di derisione dei contenuti cringe e di conseguente astensione dal pubblicare, nella vita reale si trasforma in evitamento, terrorizzati come sono dal giudizio altrui.
Il cringe immobilizza i giovani anche nelle relazioni.
Al fenomeno cringe infatti si può legare quello della persona nonchalant, ovvero di colui che in una relazione rimane distaccato e non si fa trascinare dalle emozioni.
Legarsi alle emozioni, dimostrare di avere cura e interesse per qualcosa signiifica dimostrare di avere un attaccamento.
Che cos’è infatti una relazione se non un attaccamento a un sogno di felicità, a un desiderio di possibilità?
Credere nel proprio futuro e credere in una relazione richiedono entrambe come requisito fondamentale l’esporsi all’eventualità del fallimento.
Temere di fallire equivale però, purtroppo, a temere di vivere.
