In Italia gli omicidi commessi da minorenni sono passati da 14 a 35 in un anno, con un aumento superiore al 150%. A preoccupare gli esperti riuniti nel III Congresso nazionale della Società Italiana di Psichiatria e Psicopatologia Forense (SIPPF), conclusosi ad Alghero, non è soltanto la crescita numerica, ma il cambiamento nella natura della violenza giovanile: meno collegata ai circuiti della criminalità organizzata e più frequentemente associata a fragilità individuali, dinamiche di gruppo e difficoltà relazionali. In molti casi la violenza rappresenta il primo segnale visibile di una fragilità psichica che non era stata diagnosticata.
Il dato appare ancora più significativo se confrontato con l’andamento complessivo degli omicidi in Italia, che continua a diminuire. Tra i fattori che possono contribuire all’esplosione di comportamenti violenti vi è l’uso di sostanze psicoattive: cannabinoidi sintetici, alcol e combinazioni di farmaci possono amplificare impulsività e alterazioni comportamentali. Particolare attenzione viene rivolta al cosiddetto “poly-drug use”, l’assunzione contemporanea di più sostanze, inclusi cannabinoidi e nuove sostanze psicoattive.
Le criticità emergono anche sul fronte della presa in carico. Gli Istituti Penali per i Minorenni registrano infatti un aumento della presenza media giornaliera superiore al 30%. Il rischio è che il carcere diventi un contenitore di disagio psichico, data la carenza di percorsi integrati tra servizi di salute mentale, servizi per le dipendenze e sistema giudiziario.
Oltre alle problematiche psichiatriche, fattori culturali, educativi e sociali che contribuiscono a modellare i comportamenti violenti. Sempre più adolescenti si identificano in modelli relazionali e sottoculture che normalizzano aggressività, sopraffazione e assenza di empatia. Una tendenza che riflette una più ampia crisi educativa.
