Sessant’anni di TV per bambini rivelano un pregiudizio di genere che resiste al tempo

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Nonostante i progressi apparenti nella rappresentazione femminile nei media, persistono schemi sottili ma profondi di disuguaglianza di genere nel linguaggio utilizzato nei programmi televisivi per bambini. È quanto emerge da un imponente studio condotto da un team internazionale di psicologi e scienziati del linguaggio dell’NYU Abu Dhabi, in collaborazione con la sede di New York. Lo studio ha esaminato i copioni di quasi 7.000 episodi tratti da 98 serie televisive per bambini, andati in onda negli Stati Uniti in un arco di tempo che va dal 1960 al 2018. Usando sofisticati strumenti di analisi del linguaggio basati sull’intelligenza artificiale, i ricercatori hanno esaminato come vengono impiegate le parole riferite a uomini e donne, ragazzi e ragazze, concentrandosi su due dimensioni psicologiche fondamentali: “agency”, ovvero l’orientamento verso l’azione, il successo e il potere, e “communion”, cioè l’attenzione alle relazioni, alla famiglia e all’affiliazione sociale. I risultati mostrano con chiarezza che le parole legate ai personaggi maschili vengono usate più spesso in posizione di soggetto attivo, cioè come protagonisti dell’azione e che il linguaggio associato ai personaggi maschili è frequentemente collegato a concetti come lavoro, denaro, ricompensa e potere, mentre quello riferito ai personaggi femminili è più spesso incentrato sulla famiglia, la casa e i legami affettivi. Anche nei cartoni animati più recenti, le ragazze parlano di relazioni e affetti, mentre i ragazzi agiscono e prendono decisioni. Queste dinamiche linguistiche rischiano oggi di essere replicate e amplificate dai sistemi di intelligenza artificiale utilizzati per la scrittura automatica di sceneggiature, che si basano su testi preesistenti, alimentando inconsapevolmente modelli di genere datati. Questo tipo di esposizione prolungata può influenzare in modo profondo e silenzioso lo sviluppo delle aspettative di genere nei bambini, insegnando implicitamente che il potere decisionale e l’iniziativa appartengono più “naturalmente” ai maschi.

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