Vietare per legge l’accesso ai social network ai minori di 16 anni non è sufficiente a ridurne l’utilizzo, secondo uno studio australiano pubblicato sul BMJ, che mostra che nei tre mesi successivi all’entrata in vigore della normativa che ne vieta l’uso agli under 16 non si è osservata una riduzione significativa dell’uso dei social media. L’Australia è stato il primo Paese al mondo a introdurre una normativa nazionale che impone alle principali piattaforme – tra cui TikTok, Instagram, Facebook, X, Snapchat e YouTube – di impedire ai minori di 16 anni di aprire un account.
Per valutare i primi effetti della misura, i ricercatori hanno seguito 408 adolescenti tra i 12 e i 17 anni, intervistandoli poco prima dell’entrata in vigore della legge e nuovamente tre mesi dopo. I risultati mostrano che oltre l’85% dei ragazzi sotto i 16 anni continuava a utilizzare le piattaforme soggette al divieto, nella maggior parte dei casi attraverso il proprio account personale.
Tra i ragazzi che utilizzavano ancora i social, circa due terzi hanno riferito di essersi imbattuti nei sistemi di verifica dell’età predisposti dalle piattaforme. I controlli consistevano soprattutto nell’autodichiarazione della data di nascita oppure nel caricamento di un selfie. Molti adolescenti hanno però dichiarato di essere riusciti ad aggirare le restrizioni, ad esempio creando account con un’età falsa o utilizzando la navigazione in incognito.
In conclusione, una parte consistente degli adolescenti ha continuato ad accedere ai social senza particolari difficoltà e circa un terzo ha riferito di non aver nemmeno incontrato sistemi di verifica dell’età sulle piattaforme interessate dalla normativa. L’esperienza australiana, osserva l’editoriale di accompagnamento allo studio, evidenzia il principio che una legge può produrre effetti solo se viene applicata in modo rigoroso. Nel caso dei social media, affidarsi prevalentemente all’età autodichiarata lascia ampi margini per eludere i controlli.
