Allergie, il ruolo di clima e inquinamento

Le allergie ai pollini nei bambini sono in crescita in Italia. Non è solo una questione di diagnosi più accurate, ma il riflesso di un ambiente che cambia: clima, inquinamento e nuove specie vegetali stanno modificando tempi, intensità e manifestazioni delle pollinosi.

Il pediatra Carlo Alfaro spiega perché i minori sono i più esposti e cosa aspettarsi nei prossimi anni. «I bambini sono le prime sentinelle di questi cambiamenti», spiega Alfaro, pediatra di famiglia a Sorrento (NA), probiviro della Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza e componente del Gruppo dei diritti dei bambini della Società Italiana di Pediatria. «La genetica non può modificarsi nel giro di pochi anni – osserva Alfaro – quindi è evidente che il cambiamento riguarda l’ambiente».

Inverni più miti e primavere anticipate stanno allungando e intensificando le stagioni polliniche. Le piante, spinte da temperature più alte e dall’aumento dell’anidride carbonica, producono quantità maggiori di pollini e ne diversificano le specie. Le stagioni iniziano prima (anche di 2-4 settimane) e si prolungano fino a oltre tre settimane rispetto al passato. A questo si aggiunge l’effetto degli eventi climatici estremi: ondate di calore, temporali improvvisi, incendi e alluvioni aumentano la concentrazione dei pollini nell’aria, ne favoriscono la frammentazione e ne facilitano la penetrazione nelle vie respiratorie, aggravando i sintomi.

«Un esempio emblematico è l’Ambrosia artemisiifolia, una delle piante più allergeniche in assoluto, capace di produrre milioni di granuli pollinici altamente reattivi anche a basse concentrazioni. Diffusa soprattutto al Nord, sta progressivamente espandendosi verso il Centro-Sud, prolungando la stagione allergica fino all’autunno. Accanto all’ambrosia, altre specie stanno diventando più aggressive: la Parietaria judaica, con una fioritura ormai quasi continua; il cipresso, oggi tra le principali cause di allergia invernale; la betulla, sempre più diffusa e allergenica. Il risultato è una sovrapposizione delle stagioni polliniche che complica il quadro clinico», evidenzia Alfaro.

«Gli inquinanti, come il particolato fine e il biossido di azoto, stimolano la produzione di immunoglobuline E (IgE), favorendo la risposta allergica. Inoltre, possono legarsi ai pollini e trasportarli più facilmente nelle vie respiratorie, rendendoli più penetranti e aggressivi. Allo stesso tempo danneggiano l’epitelio respiratorio, facilitando l’ingresso degli allergeni e aggravando l’infiammazione», spiega il pediatra. «Nelle aree urbane il rischio è maggiore, anche per effetto delle cosiddette “isole di calore”, che aumentano le temperature e prolungano la produzione di pollini».

«Oggi – sottolinea Alfaro – il sistema immunitario dei bambini è orientato verso una risposta di tipo allergico», con una maggiore tendenza alla produzione di IgE. «Questo favorisce un’infiammazione continua delle vie aeree, con conseguenze cliniche rilevanti: iperreattività bronchiale, maggiore severità dei sintomi e rischio di evoluzione verso l’asma, secondo la cosiddetta “marcia allergica”», dice Alfaro.

«Allattamento al seno, dieta equilibrata, riduzione dell’esposizione agli inquinanti, uso appropriato degli antibiotici ed eliminazione del fumo rappresentano strategie fondamentali. Tuttavia – conclude Alfaro – senza interventi concreti sul cambiamento climatico e sull’inquinamento, il trend è destinato a crescere. Le allergie aumenteranno non solo in numero, ma anche in precocità, complessità e gravità».

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