Autismo, dopo i 18 anni. Una storia di inclusione

Il 2 aprile si celebra la Giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo. In questa occasione si racconta la storia di Nicola e Luigi, due gemelli di 21 anni con la sindrome dello spettro autistico, residenti ad Aversa. Entrambi presentano anche ritardo cognitivo in comorbilità, e la loro vita si intreccia da anni con l’impegno di una comunità che punta sull’inclusione.

Questi giovani, infatti, sono stati “adottati” dalla comunità parrocchiale e svolgono il servizio come ministranti durante la messa. La madre racconta: “Ho cresciuto Luigi e Nicola da sola, sono stati concepiti da una storia che non è stata una favola, ma ho deciso, dopo qualche esitazione, di far nascere questi due bambini, che sono la mia vita. Durante il parto ho avuto un problema e sono nati con asfissia. Ma la diagnosi definitiva di un ritardo cognitivo in comorbilità con la sindrome dello spettro autistico è arrivata solo quando avevano tre anni e mezzo”.

Prosegue: “Ho avuto il sostegno dei miei meravigliosi genitori, la scuola, la riabilitazione. Ma quando si raggiunge la maggiore età, c’è il vuoto, il buio. Intanto, io, per aiutarli, mi sono messa a studiare. Mi sono laureata in psicologia e ho iniziato la riabilitazione a casa quando è venuta a mancare quella fornita dalle istituzioni finché i ragazzi erano minori”. Nel racconto della madre emerge anche il ruolo centrale della presa in carico e della continuità assistenziale, tema particolarmente rilevante nella transizione dall’età evolutiva all’età adulta.

“È stata molto importante l’integrazione in parrocchia. Quando erano piccolini, avevano l’ipersensorialità e avevano fastidio per i rumori forti. Quando andavamo a messa, avevano paura del microfono, dei suoni, perciò restavano spesso fuori. C’è stato un lavoro, man mano hanno iniziato a entrare in chiesa. La comunità della parrocchia li ha accolti come in un abbraccio caldo”.

La madre sottolinea poi un aspetto concreto dell’accoglienza: “Non è stato creato uno spazio per loro, ma condiviso lo spazio, che è diverso. È quello di cui avevamo bisogno. Noi in questa comunità non ci sentiamo soli né messi da parte, non ci sentiamo diversi. Qua viviamo l’inclusione, percepisco l’affetto. Oggi i ragazzi lavorano anche in una concessionaria di auto, fanno calcio, suonano la batteria”.

Ad aggiungere un’ulteriore prospettiva è don Domenico, parroco: “Nicola e Luigi sono lo stimolo costante per me e per la comunità ad aprire lo sguardo e se si apre lo sguardo si apre anche il cuore. Altrimenti ti perdi anche la bellezza. Per me sono un toccasana. Nell’adorazione eucaristica io li guardo sull’altare e ringrazio il Signore, perché aiutano anche me con la loro genuinità e freschezza”.

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