Nicolò, 13 anni, è nato con un nome femminile ma si riconosce nel genere maschile e chiede ad alcune compagne di chiamarlo così. Con la pubertà il disagio aumenta: il corpo cambia e le aspettative degli altri lo fanno sentire sempre più distante da come percepisce sé stesso. A scuola, durante un appello, il suo nome anagrafico provoca risate e prese in giro da parte dei compagni. Da quel momento sviluppa ansia, paura dell’umiliazione e crescente rifiuto di frequentare la scuola. I genitori inizialmente reagiscono con confusione, preoccupazione e difficoltà ad accettare ciò che sta vivendo. Nicolò non vuole ferirli né “cancellare” il passato, ma chiede di essere visto e rispettato per come si sente. Il percorso clinico non consiste nel confermare o negare subito la sua esperienza, ma nell’ascoltare e valutare attentamente la situazione. Famiglia e scuola devono evitare umiliazioni, conflitti inutili e atteggiamenti di rifiuto, mantenendo aperto il dialogo. Gli insegnanti hanno il compito di garantire un ambiente sicuro e intervenire contro derisioni e discriminazioni. Il messaggio centrale è racchiuso nella richiesta di Nicolò alla madre: «Non ti sto chiedendo di capire tutto, ma di non lasciarmi solo».
